Racconto Erotico “Le quarantenni lo fanno meglio”

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Metti un ragazzo di sedici anni in vacanza a Edimburgo con gli amici, metti una quarantenne in cerca di avventure… che può succedere?

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Tutto iniziò a Edimburgo quando avevo sedici anni. Avevo conosciuto una ragazza vicentina bellissima. La mia stessa età, un fisico da urlo e un viso angelico, inutile dire che per lei persi la testa. E invece, una sera con due o tre amici, riuscimmo a infilarci in un addio al nubilato. Una ragazza si avvicina e incomincia a sorridermi e a parlarmi. Appena so che ha quarantacinque anni, incomincio a inventarmi una serie di bugie davvero poco credibili sulla mia età. Lei mi sorride, dice le immortali parole: “Don’t worry, i prefer it” e mi porta a ballare. Mi dà un furtivo bacio. Penso alla vicentina che mi aspetta a casa sua.

Cogli l’attimo

Ma mi venne in mente l’immagine del professore dell’ ‘Attimo Fuggente’ che19508 Racconto Erotico Le quarantenni lo fanno meglio diceva: “Cogliete l’attimo”. La vita è una, troppo breve per mettersi a fare improbabili slalom tra moralismi e convenzioni sociali. La baciai. Non sentivo più le battutine dei miei amici alle mie spalle, ero concentrato solo su di lei. Andammo a prendere da bere. Quando chiesi un daiquiri, il tipo alla cassa mi guardò come se lo avessi insultato. Una birra alla spina andò più che bene. La musica folk non era delle migliori così lei mi propose di andare in un locale là vicino. Andammo e, mentre camminavamo, mi arrivò un messaggio. I miei amici erano tornati dalla famiglia che ci ospitava e mi scrivevano: “Tranquillo, non si sono accorti che manchi. Buttaglielo tutto!”. Sorrido ed entriamo nel locale (per fortuna era vicino,  non avrei saputo di che parlare con lei!). Tornammo a ballare e lei incominciò a strusciarsi. Oramai era duro al massimo e stavo per saltare addosso davanti a tutti. Le propongo di andare al bagno ma credo che lo avrò fatto tra duemila balbuzie e sudori freddi. Lei sorride. E’ andata.

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Orale superato…

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Entriamo in bagno baciandoci violentemente, sembrava che le nostre lingue non si dovessero più staccare fin quando lei non abbassa le mani e incomincia a tastarmelo. Gli occhi le brillavano di una luce maliziosa che mi fece definitivamente perdere la testa.
A quel punto mi toglie la cintura, mi abbassa i pantaloni, si inginocchia e si mette a fissarlo. Se non avesse fatto qualcosa entro tre secondi… lo prende in mano e se lo mette in bocca. L’apoteosi. Ho goduto come mai in vita mia. Quando sto per venire, vado per toglierlo ma lei lo tiene in bocca fino alla fine. Poco dopo un pensiero mi schiaccia come un macigno: non ho il preservativo dietro. Mi sarei veramente ucciso. Mi stavo ancora dando dell’idiota quando vedo, dietro il gabinetto, una sporgenza che finiva nella finestra. Le dico di mettersi seduta lì e, in una posa da equilibrista, incomincio a baciarle il collo. Scendo lentamente, soffermandomi sul petto fino ad arrivare giù. Passo immediatamente all’interno coscia mentre lei ansima.

Risalgo poco sotto l’ombelico e, afferrandole con i denti, le faccio scendere maldestramente le mutandine. Alla fine devo aiutarmi con le mani. Ha solo una leggera peluria e mi tuffo in quell’Eden. Quando ho finito, lei me lo guarda: “I forget the condom..” dico con voce tremante.

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Mi sorride, mi dà un bacio sulla guancia e toglie la chiave alla porta dicendo: “Don’t worry”.

Usciti dal bagno, un signore ci guardò con aria sorniona applaudendo lentamente. Credo che, ubriaco com’era, non si era accorto nemmeno della differenza d’età.

Andammo fuori dal locale e chiamai un taxi. Salimmo e la lasciai a casa delle sue amiche con le quali avrebbe finito di festeggiare il famoso addio al nubilato. Feci il resto del tragitto in taxi pensando a ciò che mi era accaduto. Ok, non ci ho fatto sesso e non le ho chiesto il numero di telefono, però avevo colto l’attimo, avevo mandato affanculo ogni moralismo e pregiudizio sul sesso che potevo avere. Ero felice.

Tornai a casa ed entrai, con l’aiuto dei miei amici, che sembravo James Bond. Nessuno in famiglia se ne accorse.

Achille

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  1. 27 settembre 2012

    Matteo

    ‘le quarantenni lo fanno meglio’ Lo è sempre stato, ma oggi…con tutte queste ragazze civette e basta è vero ancor di più

    • 27 settembre 2012

      sandra

      Macchè, secondo me è una magra consolazione messa in giro dalle attempate. meglio una ragazza giovane e fresca, no?

      • 9 agosto 2013

        IBixio

        No, meglio le quarantenni, molto meglio!

  2. 21 agosto 2013

    Fiona P.

    m’è capitato qualche anno fa che…

    A Parigi scendo in un piccolo alberghetto nel quartiere di Montmartre, in Rue de La Fuillere, in quell’intrigo di viuzze attorno alle Folies Bergère, che negli anni `30 — quelli della Parigi degli artisti e scrittori espatriati della lost generation –, doveva aver conosciuto miglior gloria. Il quartiere pullula di bar, ristoranti ed altri locali a diversa e forte caratterizzazione etnica in una pacifica convivenza di mondi ebraici, cristiani e musulmani, e che dimostra come nel fertile contesto di una sostanziale laicità, il melting pot è una realtà possibile e felice quando ci si svincola da una pedissequa sudditanza a strabordanti culture che di realtà oggettive hanno solo il feticcio di essere antiche.

    In un bar, un giovane dai capelli nerissimi e ricci, pelle ambrata e lineamenti che denunciano un’origine probabilmente algerina, o tunisina, o marocchina… insomma di quelle parti là — mi lancia continue occhiate furtive mentre seduta ad un tavolo sorbisco un Pernod e leggo un libro. Deve attrarlo il fatto che sono bionda (tinta) e straniera, e questo probabilmente calza col suo stereotipo di donna libera e quindi disponibile ad avventure. Mi domando se mi stia immaginando a letto con lui a trombarmi come un matto. Dal canto mio penso come sarà nudo e come è il suo pene. Il ragazzo non è infatti male, e quella camicia bianchissima, con il bottone in cima sbottonato che lascia a tratti intravedere un torace ondulato, mi stimola le oniriche suggestioni dell’idea di… farmelo. Anzi, a rifletterci la situazione ha tutte le premesse per una perfetta una-botta-e-via, — e che posso senz’altro considerare di legittimamente concedermi perché sento di cominciare ad averne proprio bisogno. Sarò cinica, o solo pragmatica, ma per il momento non riesco a vedere per lui altro uso che lo valorizzi: proprio non riesco ad immaginarlo in altre sintonie di tipo… più intellettuali, diciamo così. Mi invade quella gratificante, liberatoria sensazione che ci coglie ogni volta che ci si apre al lasciarsi andare in una dimensione meno codificata e più istintiva di se. Prendo a studiarlo. E’ molto giovane, forse troppo, ed ha l’aria del timido anzicchennò. Certamente non deve essere abile negli approcci. Credo di doverlo aiutare. Lascio cadere distrattamente il foulard per terra. Si affretta a raccoglierlo e me lo ridà sorridendo. Gli rispondo con un entusiastico “oh grazie davvero!…” che per qualcuno più esperto è già tutto un programma. Lui ritorna invece via felice ma evidentemente intimidito. Devo fare qualcosa di più incisivo. Chiudo il libro. Prendo dalla borsa una mappa della città e la guardo attentamente come a cercare un posto che non trovo. La giro, la distendo, la rivolto, la piego, seguo percorsi col dito, ostento disappunto. Alla fine alzo il viso guardandomi attorno, come a cercare qualche aiuto. Incontro il suo sguardo, e lo aggancio illuminandomi in un sorriso come di chi è felice di imbattersi – qual fortuna – in qualcuno che si conosce e gli faccio segno di avvicinarsi. Con un accattivante sorriso gli dico: “Saprebbe per caso indicarmi dov’è “Rue de la… Fuck…euse?” fissandolo per capire se mai fosse così smaliziato da cogliere… No, non la conosce — ci avrei giurato. La cerchiamo insieme diligentemente, quanto inutilmente, sulla mappa.

    Amir è una inarginabile forza della natura dal…”basso” … dei suoi 20… – mi ha detto, ma forse 19, o anche 18 – anni, e della sua solare quanto inscalfibile ingenuità. Non lo si governa, si può solo subirlo. La mia laica disinibizione e tattica sfrontatezza – come certo non hanno le donne del suo paese e della sua cultura d’origine – certamente devono eccitarlo terribilmente. Siamo ad un’efficiente… quasi al limite del dolore – “terza”, in due ore, e non accenna a smettere. E’ il mitico giovane “dal pene d’oro” come ce lo raccontavamo tra ragazze, ai tempi dell’università, e vagheggiavamo in sogni bagnati, duro come una roccia e flessibile come l’acciaio, da consumare ingordamente, senza ritegno, fino all’ultimo spasmo, all’ultima… goccia. Quel pene immacolatamente circonciso, pulsante di desiderio, duro e instancabile, ha un fascino ipnotico e non riesco a lascialo in pace. Mi piace sentirne in mano quella sensazione di gomena, percepirlo pressato contro la mia pelle, ficcanasare impudentemente in ogni anfratto del mio corpo. Non intendo scoraggiarlo ma spero si possa dormire qualche ora prima della prossima. La mattina gli dò io un gagliardo buongiorno con un sugoso pompino tutto spruzzi: Champagne pour dejeuner (per lui)! prima di andare a fare la doccia dove mi raggiunge per un disarticolante cunnilingo che mi lascia tramortita sotto l’acqua: Oysters for breakfast (per me).

    A colazione (a latte e caffè), nel ristorante dell’albergo. Mi dice (Mon Dieu!) che è innamorato di me. “Oh la la`!” esclamo divertita ostentando l’ironia di un grande stupore.
    “Vengo a vederti stasera” mi dice felice.
    La faccenda rischia di complicarsi. Non ho mai capito perché cose che godono della intrinseca naturalezza, semplicità e perfezione da monade di filosofica compiutezza debbano inattesamente comportare insollecitate complicazioni di nessuna pertinenza e necessità. Gli dico decisa, prima che possa ulteriormente illudersi: “Non puoi venire a prendermi stasera. Non puoi vedermi più”
    “Perché?” è sorpreso.
    “E’ stato bello, ma… c’è qualcun altro”. E’ deluso.
    “Ma possiamo vederci ancora. Come… ieri notte… Non… dobbiamo… sposarci…” dice nel suo stentato inglese, ora di essenzializzata emergenza.
    Santa ingenuità! Al limite del patologico. Come si possono dire cose così al tempo d’oggi? Non so se commuovermi o scoppiargli a ridere in faccia. Che stia facendo la commedia del finto ingenuo? Voglio divertirmi un po’: “Come ieri notte… devo vedere qualcun’altro… Che non devo sposare… Non devo vedere quello che devo sposare. Capisci?”
    Mi guarda contrito. “Allora un’altro giorno… in un’altra settimana…”.
    “Devo sempre vedere qualcun altro” lo interrompo subito. Oh Dio!… mi domando se non sta pensando che faccio la puttana. Dopotutto non gli ho chiesto soldi. Almeno… non ancora: “Eppoi tu non mi hai ancora pagata!” dico divenendo improvvisamente seria.
    E’ senza parole. Appare distrutto. Mi fa pena e mi pento (…ma solo un po’!) del gioco perverso che sono andata imbastendo.
    “Ma è stato così bello che non voglio essere pagata” aggiungo dopo una pausa piena di suo disagio. “Addio”, dico con lo sprazzo di un brusco sorriso che si spegne immediatamente, per poi alzarmi improvvisamente ed allontanarmi prima che potesse aggiungere altro.
    Sul momento mi sentii cattiva, rea di una vile bravata. Ma mi assolsi presto. In fin dei conti, ho poi riflettuto, lo avevo trattato nel miglior modo possibile: poteva adesso dimenticarmi senza gran rimpianto considerando che dopotutto ero solo una puttana: certamente meglio perdere che tenere.

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